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Mangiare è la prima cosa, dopo il pianto, che un bimbo fa quando viene messo al mondo.
Capiamo quindi che è “il” bisogno primario dell’uomo .(Maslow 1954)
Parliamo di comportamento alimentare perchè è una condotta visibile , e quindi, come gli altri tipi di comportamento rappresentano la parte tangibile  di un iceberg sorretta da emozioni , relazioni e cultura.

Spesso chi si affaccia ad una dieta è in cerca di un cambiamento:

cambiare ciò che è visibile , ad esempio il proprio corpo, è più facile e immediato rispetto al cambiamento di un atteggiamento , che risulta invisibile e richiede lunghi periodi di anamnesi .

Ecco perchè parliamo di disturbi del comportamento alimentare -DCA-

La non riuscita ,per così dire ,di una dieta, per poi arrivare ai veri disturbi come
BULIMIA, ANORESSIA, interessano in realtà la capacità di empowerment (quanto sono capace di …) , l’autostima e la desiderabilità sociale (il mondo ci accetta se rientriamo in specifici canoni di bellezza ).

L’affiancamento di una terapia comportamentale a sostegno di un percorso alimentare è utile per comprendere le difficoltà che sono alla base di un cambiamento

I fattori socio-culturali e il ruolo della famiglia nel comportamento alimentare

I DCA (disturbi del comportamento alimentare) rappresentano un gruppo di disturbi che spesso risultano non soltanto “compatibili” con il contesto culturale in cui si manifestano, ma anzi possono essere visti come un veicolo comunicativo socialmente riconosciuto ed “apprezzato”. Il contesto socioculturale favorisce un investimento dell’individuo su aspetti quali la cura del corpo, il mantenimento di una forma corporea efebica ed androgina attraverso l’associazione sempre più frequente tra competitività e magrezza. Ciò avviene anche grazie alle capacità persuasive dei media, prima tra tutti la televisione,“cattiva maestra” , che favoriscono e diffondono stili di vita fondati sull’apparenza, sul “tutto subito”, verso un’illusoria facilità del vivere, che poggia sulla scissione tra metodi e obiettivi esistenziali e sulla trasgressione.

Inoltre, una cultura maschilista, che si sente improvvisamente minacciata dall’autoaffermazione femminile, promuoverebbe l’ideale della magrezza femminile con l’intento di “mantenere le donne al loro posto”. In questo contesto, il digiuno e soprattutto le abbuffate possono costituirsi come una “protesta femminile” volta a recuperare il potere sul proprio corpo, ed in definitiva sulla propria identità, attraverso atteggiamenti liberatori.

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